l’ALTRA ragazza con l’orecchino di PERLA

Roma, 18 gennaio 1615. 
Si celebra un importante matrimonio che sancisce un’unione già strettissima.  Le protagoniste sono le famiglie degli Herrera e dei Costa, i banchieri di papi e aristocrazia. Esse si legano indissolubilmente tramite il matrimonio di Pietro e Luisa. Ottavio Costa riempie la figlia di doni, gemme e sete preziose. E organizza una festa satura di sfarzo.
Nel salone di Palazzo Bandini (nel quale Herrera e Costa vivono: condividono l’affitto dell’immobile, non la vita degli ambienti) tra i quattro grandi torcieri d’argento e quattro meravigliosi arazzi di Bruxelles hanno preso posto gli invitati d’onore, alcuni dipinti della collezione Costa. 
Tra questi quadri probabilmente c’è anche il favorito del banchiere, la Giuditta che taglia la testa a  Oloferne, dipinta da Caravaggio sul finire del Cinquecento. 
Caravaggio, Giuditta che taglia la testa a Oloferne, 1599
Roma, Galleria Nazionale di Arte Antica in Palazzo Barberini
Ottavio Costa amava talmente tanto l’opera che dovette esserne gelosissimo: la teneva coperta da un drappo, mostrandola a pochi amici e potenti e non la fece mai copiare! Per il ricevimento di nozze della figlia, però, pare che l’abbia messa in bella mostra. 
Giuditta si fa eroina di ieri e di oggi, mentre ferma e decisa colpisce a morte il nemico. Caravaggio si avvia verso il quadro di storia, mettendone in scena il momento cruciale del fatto sacro. Possiamo immaginare lo stupore degli ospiti, che con lo sguardo rincorrono le pieghe sulle vesti di Giuditta, sentono il grido soffocato di Oloferne e apprezzano la forza sprigionata dalle mani della donna. 
La “solita” luce di Caravaggio gioca nel dipinto oggi a Palazzo Barberini un ruolo essenziale. Come sempre, fa da protagonista, definendo le carni e i tessuti, costruendo la scena su dei feroci contrasti cromatici e luministici. 
Colpisce anche noi l’eleganza della giovane donna un personaggio storico, un’eroina biblica in abiti contemporanei. Abiti che, con i gioielli, sono tanto vicini a quelli di cui parla il conte di Verrua, ambasciatore di Carlo Emanuele I di Savoia che il 29 maggio 1599 scrive a Torino che nell’Urbe <<le gioie sono a vilissimo prezzo perché non si usano dalle dame che perle>>. Ecco, pertanto, che il nostro sguardo è inevitabilmente caduto sugli orecchini di Giuditta, che ostenta pendenti preziosi. Noi ne vediamo uno solamente, una PERLA spettacolosa. Dall’ombra si staglia un candore immobile e l’orecchino concentra su di sé l’azione: è l’unico elemento fermo, che controbilancia le pieghe disordinate dell’abito e le rughe profonde della serva.

Caravaggio, Giuditta che taglia la testa a Oloferne, 1599 (part)
E chissà quale fu l’impressione degli invitati al matrimonio di Pietro e Lucia, quando videro le similitudini tra le gioie dipinte da Caravaggio e quelle indossate dalla giovane sposa, che Giovanni Bricci descrive avvolta dalle sete più preziose. La fanciulla indossa il dono di nozze del padre, sul quale il seicentesco reporter si sofferma: orecchini con perle pendenti.

Jan Vermeer, Ragazza col turbante,
1665-1666, L’Aia, Mauritshiuis

Circa settanta anni dopo, Jan Vermeer sfrutta le qualità del gioiello per catturare la luce che pervade la tela della Ragazza con il turbante. Il mito che ha avvolto il dipinto olandese, fa dimenticare la gloria e il valore del precedente romano.
Pare che il gioiello di Vermeer non sia autentico, ma appartenga piuttosto a un’ancestrale categoria del bijoux e si tratti di un’imitazione in vetro soffiato veneziano (questo poco importa, l’esplosione perlacea fa il proprio gioco con onore e volentieri ci facciamo ingannare).
Il pendente caravaggesco, invece, coronato da un fiocco, entra a pieno titolo tra i preziosi d’autore, da inserire tra i capolavori di oreficeria che hanno fatto la storia del gioiello. Ci piace pensare che il pennello abbia “ritratto” il prezioso gioiello della giovane sposa…e così si cede alla tentazione di chiudere gli occhi, immaginare il salone del palazzo abitato da Hererra e Costa e vivere la magia del fasto seicentesco.

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