La trascendenza dell’immanenza.

La Basilica di Santa Croce in Firenze
vista da Osservarte
Camminare lentamente nell’atmosfera soffusa delle navate di Santa Croce è uno dei più puri piaceri dello spirito.
Lo sguardo basso ripercorre sul pavimento le vite dell’aristocrazia fiorentina, tra una lapide e l’altra. Spesso vanamente ci si sforza di interpretare un’iscrizione o una fisionomia consumate dai passi dei pellegrini. Puntando, invece, il naso verso l’alto e dedicando l’attenzione alla cappelle e agli altari, sembra di vivere in un manuale di storia dell’Arte: Giotto e la sua scuola, Desiderio da Settignano, Donatello… e tanti altri ornano le pareti della basilica francescana arricchendole con la qualità eccelsa della loro arte.
La Chiesa, però, forte dei versi che le ha dedicato Ugo Foscolo, trae l’elemento più affascinate e coinvolgente dalla presenza di tombe di personaggi celebri, delle “Itale glorie“. Niccolò Machiavelli, Galileo Galilei , Michelangelo e lo stesso Ugo Foscolo godono qui l’eternità della morte, celebrati, osannati e ricordati ogni giorno. 
Il mio obiettivo oggi è indirizzarvi ad altro, a una tavola che sembra appoggiata lì per caso, che quasi sparisce. Mi riservo, pertanto, di trattare del pantheon fiorentino in un altro momento, per non accumulare in un unico post le forti emozioni (e anche gli affetti!) che mi suscita il pellegrinaggio dove “l’ossa / fremono amor di patria” e il crudo dolore che traspira dalla Pietà del Bronzino.
Accanto al quinto altare della navata sinistra si staglia umilmente uno dei capolavori del famoso manierista.

La Basilica di Santa Croce in Firenze
vista da Osservarte:
la navata sinistra
Nell’immaginario collettivo Bronzino è noto soprattutto per i ritratti e per l’Allegoria (1545) oggi alla National Gallery di Londra. Il dipinto inglese si distingue per una pennellata smaltata che completa un disegno finitissimo; un’immagine dettagliata che contrasta con un soggetto ambiguo, una complessità formale tutt’ora al centro di un dibattito critico vivacissimo
Per parlare dei ritratti bronzineschi, servirebbe un blog ad hoc, con più post dedicati a una sola opera. 
Bronzino, Eleonora di Toledo
e il figlio Giovanni
, 1545,
Firenze, Galleria degli Uffizi
In Bronzino, la rappresentazione psicologica e individuale degli effigiati sembra annullarsi nell’elegante apparato che li incornicia, tra l’eleganza delle vesti e degli oggetti che ne stabiliscono il rango. Un esempio per tutti, Eleonora di Toledo con il figlio Giovanni (1545): su uno sfondo freddo e tagliente si stagliano la madre e il figlio, offerti all’osservatore come due oggetti preziosi. La ricchezza delle vesti, gli incarnati serici e la totale assenza di emozioni (anche nel bambino!) fanno di questa tela l’emblema dell’atemporalità aulica del Bronzino ritrattista. Il tempo si è fermato, la luce indugia sulle perle e sul damasco, la stabilità delle pose suscitano nel loro insieme un’impressione di incombente vicinanza e di inaccessibile monumentalità. Si tratta della più pura immagine del potere.

Bronzino, Eleonora di Toledo e il figlio Giovanni, 1545
Firenze, Galleria degli Uffizi, dettagli

Venticinque anni dopo il ritratto della moglie del Duca di Firenze Cosimo I, Bronzino dipinge una Pietà per Giovanni Battista della Fonte, da collocare nell’altare di famiglia in Santa Croce. Nel passaggio da un’arte di stato a un’arte sacra, l’artista rimane assolutamente fedele a sé stesso e si conferma pittore del dettaglio. 
La barba di Cristo, i riccioli dell’angelo e i lineamenti della Vergine.
I colori sono ancora brillanti e creano contrasti di intensa drammaticità. Le carni eburnee del cristo si scontrano con il verde deciso delle ali dell’angelo.
Mollemente abbandonato nell’abbraccio disperato della madre, il corpo morto (morente nel disegno preparatorio) di Gesù si fa armonica fusione del linguaggio di Michelangelo e di quello di Pontormo: Bronzino ha superato il michelangiolismo degli anni precedenti e lo ha integrato alla formazione pontormesca. Egli, inoltre, articola il gruppo assecondando il formato verticale della tavola. Il risultato è una monumentalità meditata, che si rende accessibile e si fa doloroso capolavoro.
Non è questa la sede per analizzare la religiosità personale dell’artista, cresciuta e maturata in un momento storico delicatissimo per il Cristianesimo (chiamiamola “Età della Controriforma”); le opere tarde raramente risentono di una sua visione personale, incarnando piuttosto i tormenti e le paure di un’epoca. Nei suoi versi si sente spesso dileggiare Lutero, ma non si legge mai una vera dichiarazione di fede. Tuttavia, guardando la pennellata di uno smalto a tratti cupo di questo dipinto, la sensazione di una gratitudine sincera nei confronti del sacrificio di Cristo mi sembra di sentirla. 

Bronzino, Pietà,  1569, 223 x 84.5 cm
olio su tavola in tabernacolo ligneo policromato e dorato,
Firenze, Basilica di Santa Croce

Il dolore della Madre trasuda dalla tavola, consumando la commozione di chiunque. 


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