La luna piena del mese di agosto ci ammalia come fece con il pastore errante dell’Asia cui diede voce Giacomo Leopardi.

La luna comparsa sui cieli italiani alla vigilia di San Lorenzo era ammaliante.

La chiamano la Luna del Grano, perché questo è il momento della raccolta dei cereali e il grano è simbolo di abbondanza. È nota anche come luna “dello Storione” o “Rossa”, perché il plenilunio di agosto capita nel periodo in cui i pesci abbondano nei Grandi Laghi americani e le condizioni atmosferiche estive ci illudono che sia rossiccia.

Così piena, soda, quasi rossa, mi ha ricordato la pace che firmai con Giacomo Leopardi nei primi anni di università.

Tra le opzioni di lettura per l’esame di Letteratura Italiana c’era lo Zibaldone, che scelsi insieme alle alternative “meno peggio”. Leggendolo, ho firmato una prima tregua. 

La luna
La Luna vista dalla spiaggia di Forte dei Marmi (LU) la sera del 9 agosto 2025

Dopo l’esame, ho ripreso in mano l’intellettuale di Recanati. Sono ripartita da quei versi che mi avevano tormentata durante le scuole dell’obbligo, iniziando con I Canti. E siamo entrati in sintonia, abbiamo fatto pace.

I Canti sono una raccolta di versi composti tra il 1818 e il 1836. Ci mettono di fronte alle mille sfaccettature di un uomo e ai numerosi interessi della sua poetica. Si legge di natura, pessimismo, patriottismo, amore e dolore dell’esistenza e tanto altro.

A scuola nessuno è scampato agli idilli, brevi liriche di carattere intimista, sfruttate dagli insegnanti per farci allenare la memoria: sono sicura che tutti ricordate l’incipit de L’Infinito, se non l’intera poesia.

La luna tra I Canti

Sono due i canti dedicati al nostro satellite, La Luna e Canto notturno di un pastore errante dell’Asia.

Nel secondo, il XXIII Canto, la luna è la destinataria dei pensieri di un pastore errante dell’Asia, alter ego ispirato a Leopardi dalla lettura di una recensione del testo del barone russo di Meyendorff, Voyage d’Orenbourg à Boukhara fait en 1820. Dall’articolo, pubblicato nel «Journal des Savants» nel settembre del 1826, Leopardi ha espunto il racconto dell’abitudine dei pastori nomadi Kirghisi di intonare malinconici canti mentre contemplano la luna. 

Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,
Silenziosa luna?

Prende qui il via un monologo incentrato sul significato della vita umana, sulla morte e sul dolore. Il componimento è puntellato di una serie di interrogativi universali destinati a rimanere senza risposta.

che vuol dir questa
Solitudine immensa?

La risposta alla sofferenza, lo slancio di ottimismo è però nel genere lirico che Leopardi sta usando. La lirica è la forma di espressione primigenia e più naturale, perché solamente attraverso il canto l’uomo è in grado di manifestare i sentimenti e gli affetti. I versi di questa lirica vogliono quindi essere consolatori e rigeneranti. Dobbiamo pertanto guardare alle gioie del quotidiano e alle meraviglie della natura, come la luna.

La Luna
Domenico Morelli, Ritratto di Giacomo Leopardi, 1845, Recanati (MC), Centro Studi Leopardiani

Nell’immaginario collettivo Giacomo Leopardi assume le sembianze di un incurabile pessimista, sempre chino sui libri e indifferente al genere umano.

Oggi ce lo hanno dipinto come un dandy mancato dal fascino fumoso, come appare nella miniserie televisiva Leopardi. Il poeta dell’infinito (2025).

Egli era, in realtà, un uomo comune: innamorato non corrisposto, golosissimo del sorbetto al limone e alla perenne ricerca di un clima mite e della pace interiore. Quanti come lui mi stanno leggendo?

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